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Israele e il costo della guerra, crolla il Pil

AGI – Israele sta pagando un prezzo economicamente molto alto per la guerra a Gaza visto che il Pil nell’ultimo trimestre ha registrato un calo di quasi il 20%. Rispetto al terzo trimestre, secondo i dati dell’ufficio di statistica, è diminuito invece del 5,2%. Gli osservatori internazionali hanno notato che tale frenata del Pil con una discesa del 19,4% oltre le attese degli analisti, si è verificata in modo brusco e repentino quando 300 mila riservisti israeliani sono stati richiamati per combattere in seguito all’attacco di Hamas del 7 ottobre e hanno cosà lasciato il proprio posto di lavoro e le loro attività per intraprendere mesi di servizio militare. Va considerato inoltre che in seguito all’attacco del 7 ottobre, Israele ha anche imposto severe restrizioni al movimento dei lavoratori palestinesi dalla Cisgiordania al Paese. Un duro colpo per il settore edile, che ha causato una carenza di manodopera ossia un ulteriore freno alla crescita economica: lo dimostra il fatto che gli investimenti fissi delle imprese sono crollati del 67,8%.

 

Eppure secondo le stime ufficiali, il 2023 si è chiuso positivamente per l’economia di Tel Aviv con un aumento del 2% rispetto all’anno precedente. Ma nel 2022, la crescita fu più consistente e nell’ordine del 6,5%. Mentre il Pil è calato, la spesa pubblica ha registrato un’impennata, cresciuta dell’88% nei tre mesi successivi allo scoppio della guerra rispetto al trimestre precedente. Parallelamente, i consumatori hanno speso il 27% in meno, mentre le importazioni di beni e servizi sono diminuite del 42%, e le esportazioni calate del 18%. Il Pil pro capite, tradizionalmente forte nell’economia tecnologicamente avanzata e superiore a quello del Regno Unito e della Francia, è sceso dello 0,1% nel 2023, mentre la popolazione è cresciuta del 2,2%. A peggiorare le aspettative anche la bocciatura dell’agenzia di rating Moody’s che ha abbassato il rating sovrano di Israele da A1 ad A2 a causa delle preoccupazioni sulla guerra a Gaza, in particolare sulla durata del conflitto e sul suo impatto più ampio sull’economia del Paese.

 

Le prospettive non sono incoraggianti: secondo la banca di Israele, il conflitto costerà al paese circa 255 miliardi di shekel (70,3 miliardi di dollari) entro la fine del 2025, pari a circa il 13% del Pil. Già a novembre, l’istituto centrale aveva tagliato le stime dal 3 al 2%, e a gennaio l’inflazione su base annua è rallentata al 2,6% a gennaio (ai minimi da due anni), dal 3% di dicembre, un possibile segnale di indebolimento dell’attività economica. A seconda della durata del conflitto e della sua eventuale estensione ad altri fronti, si prevede che l’economia crescerà fino al 2% nel 2024. Ma ci si aspetta una forte ripresa nel 2025, con il Pil che potrebbe arrivare a correre al 5%. Dopo il rallentamento dell’economia e il ritorno dell’inflazione nel range dell’obiettivo dell’1-3%, tutto farebbe pensare che sia imminente un’altra riduzione dei tassi da parte della banca entrale dopo il taglio di un quarto di punto di gennaio. Ma gli analisti sostengono che i responsabili politici intendano invece rimanere cauti e perseguire per ora il loro obiettivo principale: mantenere la stabilita’ finanziaria. La prossima decisione sui tassi di interesse è prevista per il 26 febbraio. 

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