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La strada stretta della manovra tra Ue, debito e proteste

AGI – La strada della manovra è stretta ma restituirà al Paese solidità e credibilità, migliorando anche il posizionamento italiano nel contesto politico europeo. Ne sono convinti a Palazzo Chigi. Che il percorso sia pieno di insidie, il governo, del resto, lo sapeva fin dall’inizio. “Di facile non c’è assolutamente nulla”, aveva avvertito il ministro Giorgetti già il 16 ottobre, senza nascondere l’orgoglio di aver compiuto un mezzo miracolo sui conti del 2023, quando la legge di bilancio fu scritta in una settimana, dopo la caduta del governo Draghi e la campagna elettorale estiva.

Difficile sì, pure stavolta. Ma non impossibile. Il titolare di Via XX settembre ha confidato anche di nutrire la speranza che “il Parlamento apprezzi il lavoro svolto”. Auspicio da ridimensionare a giudicare dal primo giorno in cui la legge di bilancio è approdata al Senato, dove sarà in Aula tra il 4 e il 7 dicembre. Medici e sindacati hanno sollevato critiche e annunciato mobilitazioni: i primi vorrebbero la revisione della rivalutazione delle pensioni mentre i secondi chiedono al governo di cambiare le norme per l’uscita dal lavoro, allargandone le maglie.

L’opposizione attacca, il M5S annuncia addirittura che il leader Conte terrà delle ‘audizioni ombra’ nella sede nazionale del partito. Accompagnare in porto la legge di bilancio, quella vera, toccherà al ministro dell’Economia, che continua a muoversi in un labirinto, con la fiducia di trovarne l’uscita. La partita che sta giocando il governo è decisiva sui saldi e sofisticata sul terreno politico.

Problema numero uno: presentare all’Ue una manovra che dimostri la tenuta dei conti e la resilienza del sistema Italia e che non perda la fiducia delle agenzie di rating (i primi verdetti sono stati positivi). Tutto questo portandosi dietro il debito mostruoso, la prima spada di Damocle che i ministri del Tesoro trovano a sventolare sulla propria testa a Bruxelles. Problema numero due: l’Ue non permette di scorporare dal deficit le spese per gli investimenti del Pnrr e quelle militari per l’Ucraina.

L’Ecofin ha bocciato anche uno scorporo temporaneo, fino al 2026, l’anno in cui dovrebbe concludersi il Next Generation Eu – il condizionale è d’obbligo considerando il contesto economico, in cui Francia e Germania stanno peggio dell’Italia. Anche perché nel 2024 ci saranno circa 13 miliardi di maggiori interessi sul debito da pagare, per via degli aumenti dei tassi decisi dalla Bce. Gli altri problemi sono in patria: reggere l’urto del Superbonus, che scarica sulle casse 150 miliardi di euro che ancora non è chiaro come sarà possibile contabilizzare.

Anche qui si attendono le mosse europee. Poi c’è la necessità di tenere unita la maggioranza. Un maxiemendamento del governo dovrebbe ritoccare le norme sulle pensioni (quota 103), per soddisfare la Lega, e l’aumento delle tasse per gli affitti brevi (solo dalla seconda casa). Così il centrodestra potrebbe spuntarla senza intoppi, giusto con qualche mal di pancia. Di soldi ce ne sono pochi: 24 miliardi, usati soprattutto per la conferma del taglio del cuneo fiscale per i redditi sotto i 35 mila euro lordi all’anno, la sanità e il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici. Un altro mezzo miracolo, dicono a Palazzo Chigi. 

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