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Le opposizioni (tranne Italia viva) bocciano il ‘premierato’

AGI – “Se Meloni porta la riforma costituzionale con l’elezione diretta del premier, noi ci siamo”. Parola di Matteo Renzi. Unica voce fuori dal coro dei ‘no’ con cui le forze di opposizione bocciano la bozza di riforma costituzionale del governo, che ha invece incassato il via libera della coalizione di centrodestra e approderà venerdì sul tavolo del Cdm, con l’obiettivo di arrivare alla approvazione in prima lettura dei due rami del Parlamento (si ipotizza che l’iter possa partire da Montecitorio) prima delle elezioni europee del 2024.

“Abbiamo sulle nostre spalle una responsabilità storica: consolidare la democrazia dell’alternanza e accompagnare finalmente l’Italia, con la riforma costituzionale che questo governo intende portare avanti, nella Terza Repubblica”, ha scandito ieri la premier Giorgia Meloni alla vigilia del vertice di maggioranza. “Abbiamo fatto un grande passo avanti verso la ‘riforma delle Riforme’, che darà stabilità al Paese e restituirà centralità al voto dei cittadini con l’elezione diretta del premier”, tiene a sottolineare l’autrice del testo, la ministra Elisabetta Casellati.

E dopo l’intesa raggiunta oggi a palazzo Chigi, le forze di maggioranza rivendicano l’importanza della riforma. “È una riforma di buonsenso. Niente governi tecnici, ribaltoni, cambi di maggioranze e partiti al governo, niente nomine di nuovi senatori a vita. Il voto degli italiani conterà finalmente di più”, scandisce Matteo Salvini. Plaude anche Forza Italia: la riforma targata c.destra “porta chiarezza, sana quell’instabilità che ha rappresentato uno dei mali peggiori di questo Paese, cancella la strategia dei ribaltoni e sottrae al ‘palazzo’ la possibilità di confezionare governi su misura”, osserva la capogruppo azzurra al Senato Licia Ronzulli.

“L’elezione diretta del premier è un impegno molto chiaro: dare la possibilità ai cittadini di scegliere da chi essere governati e non essere in balia dei giochi di palazzo”, rivendica il capogruppo di FdI Tommaso Foti. Si dovrà però attendere il Cdm di venerdì per capire nel dettaglio le novità: nel frattempo, tra i punti fermi c’è l’elezione diretta del premier, con un premio di maggioranza del 55%.

Dovrebbe anche esserci la cosiddetta norma ‘anti ribaltone’, che prevederebbe, in caso di crisi di governo, che il Capo dello Stato possa riaffidare l’incarico al premier uscente o comunque a un esponente della maggioranza parlamentare che ha vinto le elezioni. Tra le novità, anche l’eliminazione dei senatori a vita di nomina del presidente della Repubblica (restano quelli già nominati, mentre i nuovi senatori a vita saranno solo gli ex Capi di Stato).

La replica delle opposizioni

Le anticipazioni del testo del ddl costituzionale non soddisfano affatto le opposizioni. Non che sia una novità: Pd, M5s, Avs, Azione e anche le forze minori si sono da sempre dette contrarie all’elezione diretta, in primis del presidente della Repubblica, come era nelle intenzioni iniziali del partito di Meloni. Ma nemmeno l’elezione diretta del premier, seppur nella sostanza si dovrebbe trattare di una forma ‘soft’ di premierato, raccoglie consensi tra le file delle minoranze.

Fatta eccezione per Iv, dal Pd a Calenda passando per la sinistra e i pentastellati, è un coro di no. Con tanto di “preoccupazione” per le ripercussioni che una riforma in tal senso avrà sul “ruolo del Capo dello Stato e sul Parlamento”, i cui “equilibri”, è l’accusa, vengono “stravolti”. E a meno di sorprese durante l’iter parlamentare, senza il si’ delle opposizioni, si profila già il necessario ricorso al referendum popolare, passaggio finale che nella maggioranza si dà già per scontato.

“Dalla primazia del Parlamento si passa alla primazia del governo. La democrazia si riduce alla scelta del capo”, afferma il capogruppo Pd in commisisone Affari costituzionali del Senato, Andrea Giorgis. Gli fa eco il collega dem Dario Parrini: “Parlano di ‘premierato all’italiana’ per darsi un tono. Ma la verità è che la riforma istituzionale ideata dalla destra toglie forza e autorevolezza al Capo dello Stato e al Parlamento, azzoppandoli e stravolgendo pericolosamente equilibri essenziali della Costituzione“.

“La riforma costituzionale di Giorgia Meloni è la tomba della democrazia rappresentativa, il colpo di grazia al parlamentarismo, la fine del ruolo del presidente della Repubblica come garante della Costituzione”, tuona il segretario di Piu’ Europa Riccardo Magi. La riforma del centrodestra “comprime ulteriormente la democrazia, svuota i poteri del Parlamento, indebolisce il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica”, è l’opinione di Nicola Fratoianni, che preannuncia battaglia.

“Possiamo tranquillamente dire addio al ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica e del Parlamento. L’inquilino del Quirinale sarà un mero passacarte delle decisioni dei partiti”, critica il capogruppo al Senato dell’Alleanza verdi e sinistra Peppe De Cristofaro.

“Dopo due settimane di farsa su una manovra approvata su un foglio bianco e ostaggio dei litigi tra alleati, il governo ricorre all’ennesima arma di distrazione di massa e annuncia una riforma che sembra un autentico pastrocchio costituzionale. Si confonde l’ingegneria costituzionale con l’avventurismo di dilettanti allo sbaraglio”, è la linea del Movimento 5 stelle. Dura la replica di Carlo calenda all’esultanza salviniana contro i ribaltoni: “I ribaltoni li fate tutti i giorni disattendendo ogni promessa. Vai a lavorare…”, scrive sui social il leader di Azione.  

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