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Pd: dai ‘cacicchi’ al duello con Meloni, un anno di Schlein

AGI – “Non ci hanno visti arrivare”, diceva un anno fa Elly Schlein. Era il 26 febbraio del 2023 e al Monk, locale in quel di Pietralata, quartiere operaio a est della Capitale, Elly Schlein festeggia fra pochi intimi la vittoria alle primarie del Partito Democratico. Pochi intimi perché il grosso del circo mediatico è diviso fra Casalecchio di Reno, base del comitato di Stefano Bonaccini, e il Nazareno, centro dei ‘flussi’ dei dati dei gazebo. In pochi, fra dirigenti e politologi, hanno scommesso sulla vittoria di questa 38enne con la fissa per la musica indie e i videogames. È “l’onda Schlein”, l’effetto novità che sembra voler travolgere il partito, le sue liturgie, i suoi vertici.

L’effetto novità che spiazza tutti

È per inseguire quell’effetto novità che, tanto Schlein quanto Bonaccini, conducono due campagne per le primarie lasciando i capicorrente e i dirigenti storici del Pd fuori dalla porta. E così fanno anche con quei “signori delle tessere” che, pochi giorni dopo le primarie, Schlein definirà in assemblea i “cacicchi”. Un termine con il quale si indicano alcuni capi tribù dell’America Meridionale o Centrale, preso in prestito dalla segretaria per attaccare i detentori di pacchetti di tessere Pd nei territori. “Estirpiamo cacicchi e capibastone dal Pd”, tuona Schlein dal palco della Nuvola dell’Eur, dove si tiene l’assemblea chiamata a incoronarla. Una invettiva generica, dietro la quale in molti riconoscevano anche il volto di Vincenzo De Luca, coriaceo presidente della Regione Campania con il quale Schlein avrebbe ingaggiato di lì a poco diversi ‘round’ politici. A cominciare dal commissariamento della federazione campana, affidata ad Antonio Misiani, fresco di conferma in segreteria.

Le tre grandi correnti del Pd

Proprio la composizione della segreteria dem è stato il primo terreno di scontro fra nuova maggioranza a guida Schlein e la minoranza composta da tre pilastri: Base Riformista, corrente organizzata attorno alla figura di Lorenzo Guerini; Ex mozione Bonaccini, che di lì a poco si sarebbe strutturata in Energia Popolare; neo-ulivisti, ovvero gli ex lettiani senza Enrico Letta. Saranno questi ultimi a fornire un aiuto alla segretaria al momento dello stallo sulla composizione della segreteria e delle presidenze dei gruppi. Anche in questo caso, la mina da disinnescare porta il nome di De Luca. Si tratta però di Piero, figlio del governatore campano Vincenzo, che la segretaria dem vuol tenere fuori dall’ufficio di presidenza, non rinnovandolo nel ruolo di vice capogruppo.

Una scelta che provoca il nervosismo di Base Riformista che, tuttavia, fa entrare in segreteria il senatore Alessandro Alfieri come responsabile Riforme e Pnrr del partito. Gli equilibri nel partito rimangono fragili, anche perché a marzo c’è da votare la proroga dell’invio di armi all’Ucraina, nervo scoperto dei dem. La segretaria non cambia la linea inaugurata da Enrico Letta sull’invio di armi, ma vi aggiunge un più pressante appello alla via diplomatica di cui l’Europa, a suo parere, dovrebbe farsi carico. Su questo tema, come sarà per quello del Medio Oriente, Schlein avvia un canale di comunicazione con alcuni esponenti della minoranza come Enzo Amendola e Lorenzo Guerini, affidando però la responsabilità degli Esteri a Peppe Provenzano.

Quella spina nel fianco piantata da Bruxelles

Se a Roma si evitano così incidenti, lo stesso non si può dire di quel che accade a Bruxelles. Il 6 giugno, alla prima prova del voto, la delegazione Pd al Parlamento Europeo vota contro l’indicazione della leader a favore dello strumento normativo che offre la possibilità ai paesi membri di utilizzare fondi Pnrr per la produzione di munizioni da inviare a Kiev. Votano secondo l’indicazione del Nazareno soltanto Camilla Laureti, Pietro Bartolo e Massimiliano Smeriglio. Difficoltà che la leader dem incontra anche in seguito, dopo il 7 ottobre e l’inizio dell’operazione militare israeliana a Gaza. Schlein si consulta con i dirigenti d’alto rango del partito. Lorenzo Guerini è ancora tra questi. I passaggi sulle risoluzioni e le mozioni riguardanti il Medio oriente, in cui si chiede il cessate il fuoco e il riconoscimento Ue allo Stato di Palestina, passano tuttavia senza grossi strappi. Tanto che una fonte di alto rango della minoranza Pd afferma: “Schlein è sottovalutata: dimostra di imparare velocemente”. Eppure proprio Lorenzo Guerini, assieme ad altri sette parlamentari, vota la risoluzione della maggioranza sull’Ucraina, oltre a quella del Pd, in controtendenza con l’indicazione del quartier generale. Segno di attivismo della minoranza interna. Così come segno di attivismo è la convocazione di una serie di appuntamenti della neonata Energia Popolare, l’area nata dalla ex mozione Bonaccini che intende radicarsi maggiormente nei territori.

Nel frattempo, Elly Schlein inizia a calarsi nel ruolo di anti-Meloni, cercando la polarizzazione con la premier. La tragedia di Cutro, in cui muoiono 94 persone migranti a poche centinaia di metri dalle coste calabresi, sono un primo terreno di scontro. Schlein decide di andare a rendere omaggio alle salme, il 2 marzo 2023, a poche ore dalla visita privata del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Schlein anti-Meloni

“Tutto il Paese merita chiarezza”, incalza Schlein durante il question time con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: “In ultima istanza la responsabilità di fare luce sta a chi guida il governo”, aggiunge la segretaria. La polarizzazione regala a Schlein una impennata del numero dei nuovi tesserati al Pd, circa 20 mila sottoscrizioni, e i sondaggi parlano di cinque in più rispetto al 19 per cento delle politiche. Il primo test elettorale, però, delude: alle amministrative di maggio, il Pd vince solo a Vicenza. “È una sconfitta netta”, ammette Schlein che poi avverte chi, nelle correnti, comincia a mugugnare: “Mettetevi comodi, sono qui per restare”.

Pd – M5S, un anno di ‘balletto’

L’analisi della sconfitta di Schlein, tuttavia, offre anche spunti sulla strategia futura: “Da soli non si vince”, è la frase che diventerà un leit motiv anche per le tornate elettorali successive. Su questa linea si muove il rapporto di Schlein con Giuseppe Conte. I due si inseguono e si respingono in un ‘balletto’ che li porta anche in piazza l’uno al fianco dell’altro. La prima a offrirsi all’abbraccio è Schlein, apparendo alla manifestazione contro il precariato organizzata dal M5s a metà giugno e facendo arrabbiare la minoranza del proprio partito. Pochi giorni dopo i due offrono il bis alla manifestazione della Cgil per la sanità. Sarà Conte, infine, a ricambiare la cortesia apparendo per pochi minuti sotto il palco Pd di Piazza del Popolo, durante la manifestazione del Pd contro la manovra del governo. I due si inseguono, ma pesa nei rapporti fra Pd e M5s l’incombere delle elezioni europee dove ognuno va per sé, senza coalizioni, alla ricerca del miglior risultato possibile. Oltre a questo, Schlein spinge sempre più forte sulla polarizzazione con Meloni. La premier raccoglie la sfida in conferenza stampa, dicendosi ben disposta a partecipare a un duello Tv. Nella risposta di Conte si legge la determinazione a non lasciarsi escludere dalla scena: “Meloni può fare le strategie che vuole e scegliere di confrontarsi con chi vuole. Ciò che non può fare è scegliersi gli oppositori”, sottolinea Conte.

Le regionali banco di prova 

Tanto Schlein quanto Conte sanno di dover dialogare su alcune partite, come quelle delle regionali, e in Sardegna arriva l’accordo per la candidatura di Alessandra Todde, esponente M5s. Accordo anche a Perugia su Vittoria Ferdinandi e in Abruzzo su Luciano D’Amico, mentre si lavora per superare vecchie e nuove ruggini fra i dirigenti locali in Piemonte. L’anno che verrà sarà, se possibile, ancora più ‘caldo’ per la segretaria Pd. Delle elezioni europee si è già detto, cosi’ come delle tornate elettorali nelle Regioni. Un buon risultato personale di Schlein potrebbe blindarne la segreteria anche a fronte del rimettersi in movimento delle correnti. 

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